1.Una scelta di civiltà
Si sta facendo di tutto per presentare la difesa della famiglia come anacronistica resistenza di una piccola minoranza incapace d’adattarsi ai tempi che cambiano. Nel migliore dei casi dei “bacchettoni”, che si rifiutano di accettare ciò che in tutto il resto d’Europa è ormai legge: la libertà di gestire la propria sessualità, la regolamentazione giuridica delle coppie di fatto, le unioni omosessuali.
Dobbiamo superare questo luogo comune. Quel che è in questione, infatti, non è il contrasto tra modernizzatori e retrogradi, non è problema che può risolversi in termini moralistici e neppure esclusivamente morali. Tanto meno si tratta di uno scontro tra cattolici e cosiddetti “laici”. C’è qualcosa di molto più grande in gioco: c’è una scelta di civiltà. Come qualche volta accade, la storia sta mettendoci di fronte a un bivio, di fronte al quale è necessario scegliere, perché gli esiti ultimi di questa vicenda che coinvolge la famiglia, ma che in realtà si spinge ben oltre, potrebbero essere diversi da quelli che presunti modernizzatori à la page si attendono.
A tal fine, è innanzi tutto necessario smentire le due riduzioni di questo conflitto che la stampa predilige. Andiamo al nocciolo delle questioni. La prima potrebbe definirsi “la riduzione laicista”. I laicisti, che alla normale laicità prediligono un concetto di laicità geneticamente modificato, ritengono che la difesa della famiglia tramandataci dalla nostra tradizione sia preoccupazione esclusiva dei cattolici. Si presenterebbe, per questo, come un rinnovato tentativo d’indebita invadenza del Vaticano nella vita dell’Italia civile il quale, pretendendo la bocciatura dei “Dico”, intenderebbe prendersi la rivincita sul divorzio. Da qui il rinascere del pericolo clericale e la conseguente necessità di contrapporvi una rinnovata barriera “anti-clericale”.
La seconda riduzione potrebbe invece definirsi “laico-positivista”. E’ propria di tutti coloro i quali ritengono che la modernizzazione sia per definizione cosa buona e giusta e, in ogni caso, possegga forza inarrestabile. Per tale ragione, il passaggio dalla famiglia alle famiglie non sarebbe né un bene né un male ma, piuttosto, una circostanza della quale prendere atto con un grado di rassegnazione più o meno ampio, a seconda dei gusti personali. Con la stessa rassegnazione, coloro i quali utilizzano questo paradigma interpretativo, di fronte all’attacco che l’Islam radicale nostro malgrado sta portando all’occidente, evitano la formula “scontro di civiltà” e preferiscono parlare di un più neutro “scontro di civilizzazione”, ritenendo quello attuale uno stadio che l’Islam radicale dovrà per forza superare, sconfitto dalla forza inarrestabile dei processi di modernizzazione. Non si sono accorti che persino nei paesi islamici moderati, i burka vanno sempre più diffondendosi spesso coprendo la “vergogna” di borse griffate e scarpe da ginnastica alla moda che rimangono così nascoste sotto la cappa, esattamente come le sembianze corporali delle donne che sempre più numerose accettano d’indossarli. D’altro canto, non certo per la prima volta la storia si occupa di smentire che le sue sorti debbano essere obbligatoriamente progressive.
Di fronte alla crisi della famiglia, entrambe queste interpretazioni - quella laicista e quella “laica positivista” – non riescono a spiegare cosa realmente sia oggi in discussione. La famiglia, infatti, è un’aggregazione spontanea nata molto prima dello stato moderno, che ha trovato le sue originarie forme di tutela giuridica all’interno del diritto romano. Iscrittasi poi nel solco della tradizione giudaico-cristiana, le forme della sua tutela si sono col tempo evolute. In questa cornice di civiltà, però, due stelle polari ne hanno stabilmente illuminato il cammino. La prima ha fatto sì che essa sia stata considerata e tutelata in quanto luogo che avrebbe reso possibile una procreazione socialmente ordinata: esigenza avvertita come inderogabile per la sopravvivenza stessa del genere umano. La seconda ha garantito con continuità la tutela dei soggetti più “precari”: i figli, in particolare quelli minorenni, e il coniuge debole che, per un lungo periodo storico, è stata la donna.
Quasi tutti gli istituti giuridici di tutela sono stati immaginati come risposte a queste due esigenze. Si pensi alla quota legittima nelle successioni: essa è innanzitutto giustificata dalla volontà di tutelare la posizione dei figli. O, ancora, si pensi alla pensione di reversibilità. Originariamente è stato lo strumento per ripagare il valore sociale dell’opera del coniuge che dedicava parte della propria vita per allevare la prole.
Per rintracciare l’importanza di quest’origine, basterà sfogliare l’album delle nostre storie famigliari. Da parte paterna, ad esempio, io provengo da una famiglia di Salerno in origine benestante. Mio nonno era un avvocato affermato. Morì giovane, prima della seconda guerra mondiale, e mia nonna si trovò improvvisamente in una situazione di miseria, con cinque figli a carico costretta a intraprendere un percorso di vita irto di difficoltà che qualche segno indelebile ha lasciato su mio padre e i miei zii. Situazione come queste oggi, grazie a Dio, sono state superate. Di fronte alla richiesta di allargare dei vantaggi ad altri tipi d’unioni, però, bisogna sempre chiedersi se tali dilatazioni sono giustificate dalle stesse esigenze prioritarie che hanno fin qui guidato l’evoluzione del diritto di famiglia: salvaguardia della continuità sociale e tutela dei più deboli. Perché i diritti non sono come il pongo che si può tirare e modellare a piacimento. Essi, quasi sempre, rappresentano un gioco a somma zero: se si ampliano su un versante ciò comporta una perdita secca su un altro.
2.La cornice in frantumi
Tutto ciò conta, soprattutto, qualora s’intenda restare all’interno di quella cornice di civiltà per la quale la continuità della società umana e la tutela dei più deboli rappresentano principi non derogabili. Per gran parte della nostra storia i riformatori sociali, anche i più arditi, hanno considerato quella cornice la propria. Anzi, l’hanno rivendicata come ragione della loro opera di riforma. Mi è da poco capitato tra le mani un libro nel quale si confrontavano Gabrio Lombardi e Loris Fortuna, i due maggiori interpreti degli schieramenti contrapposti al tempo del divorzio. Mi ha colpito come entrambi facessero riferimento allo stesso quadro di civiltà. Anzi, cercavano di dimostrare come le rispettive tesi si attagliassero meglio a quella cornice. Prendendo un altro esempio, negli scritti civili di Pier Paolo Pasolini, non certo casualmente, s’incontrano insieme la tensione verso l’allargamento delle libertà personali nella sfera sessuale e la preoccupazione di difendere la società tradizionale e le sue strutture. Pasolini sapeva, evidentemente, come i diritti di minoranze potessero essere conquistati e garantiti fino a quando una cornice di civiltà avesse retto e come al di fuori di quel quadro non ci fosse alcuna garanzia. Anche per questo, non certo casualmente, quelle nuove libertà erano rivendicate a livello del costume, ancor prima che al livello della legislazione.
La vera novità di fronte alla quale ci troviamo oggi è che quel riferimento di civiltà unitario è venuto meno. La cornice è andata in frantumi. Per questo, l’azione di presunta riforma della famiglia presuppone la possibilità che si fuoriesca dal contesto. Ciò avviene per due motivi. Il primo è che si è in presenza di un fenomeno di immigrazione a tassi così elevati da rendere impossibile evitare l’importazione di altri modelli di famiglia nei quali la dignità della persona non sia tutelata come nella famiglia proposta dalla nostra tradizione. Sfido chiunque a ritenere che la donna, all’interno di un matrimonio poligamico abbia la stessa tutela che gli offre il matrimonio previsto dalla Costituzione italiana. Lo si può sostenere, ma al prezzo di cadere nel più integrale relativismo. E qui si viene al secondo fenomeno che ha contribuito a frantumare la cornice. Esso, a differenza del primo al quale ci si è riferiti, nasce dall’interno della nostra stessa cultura e s’invera nel disprezzo che sempre più diffusamente viene nutrito nei confronti della tradizione occidentale e dei risultati da essa raggiunti per ciò che concerne la libertà e il rispetto per l’individuo. Per un numero crescente di persone quei risultati non sono più degni di considerazione; non valgono più di altri processi di civilizzazione e, conseguentemente, non vale la pena difenderli.
Quale rischio si configura nel momento nel quale questi due fenomeni si coniugano insieme? Io temo che con il trascorrere del tempo si possa giungere a degli esiti radicalmente differenti da quelli auspicati dai cosiddetti riformatori sociali: invece di giungere a una più ampia diffusione della libertà e a una maggiore tutela del diritto della persona, si rischia di porre in atto un processo di contro-modernizzazione. Si rischia, cioè, di tornare indietro anziché andare avanti. E ciò potrebbe avvenire anche perché questa apertura nei confronti di altri modelli di famiglia deriva dalla trasposizione tutta ideologica di un progetto costruttivista, che vorrebbe concedere all’individuo di controllare e determinare ogni momento della propria esistenza, dal concepimento fino alla morte. Si sta transitando, dunque, dal costruttivismo sociale al costruttivismo antropologico. Nel momento nel quale il sogno egualitario è caduto, tanti inconsolabili orfani pretendono di trasferire la stessa carica ideologica che li ha animati ieri in una nuova dimensione non più sociale ma antropologica, individuando il nuovo paradiso in terra nel rendere possibile che ogni desiderio dell’individuo possa tramutarsi in diritto.
Ormai dovremmo saperlo: quando la politica si mette al servizio del costruttivismo, non importa di qual natura, è facile profezia che si giunga a esiti diversi, se non opposti a quelli sperati. Non certo casualmente, nelle scienze sociali la nozione di contro-modernizzazione è stata introdotta da studiosi sovietici, i quali hanno riflettuto sugli effetti che i “piani” - non importa se quinquennali o semplicemente “di sviluppo economico” -, hanno prodotto nella loro patria: avrebbero dovuto portare più modernità, hanno avuto invece dei drammatici esiti di contro-modernizzazione.
Noi stiamo correndo oggi lo stesso rischio. Innanzitutto perché, nel momento nel quale s’indebolisce la famiglia della nostra tradizione, facciamo venire meno un punto di riferimento indispensabile per tutte quelle famiglie di immigrati, non solamente islamici, che cercano un’integrazione nel nostro paese. Per concedere credito a una minoranza salottiera, si rischia di perdere di vista la realtà tragica di centinaia di migliaia di persone che vivono nel nostro Paese, affianco a noi. Vale la pena, a tal proposito, riflettere sulla testimonianza di Suad Sbai, la Presidente dell’associazione delle donne marocchine in Italia nonché componente della cosiddetta consulta islamica. Suad Sbai afferma che su quattrocentomila donne musulmane regolarmente presenti in Italia, appena il dieci per cento ha una vita normale. Le restanti non lavorano, non escono di casa, non vanno neppure a fare la spesa, e spesso vivono sotto lo stesso tetto con altre mogli. L’86% delle musulmane in Italia è analfabeta, non conosce l’italiano, parla un dialetto arabo ma non lo scrive, non conosce i numeri e quindi non è in grado di fare una telefonata o di prendere un autobus.
E’ una situazione drammatica, che va compresa e affrontata nei suoi termini strutturali, al di fuori di semplificazioni demagogiche o proposte scontate. Valga l’esempio del ricongiungimento famigliare. Per chi difende la famiglia esso va ampliato e reso più agibile, ma non in maniera irriflessiva. Bisogna considerare come la condizione di arretratezza della donna immigrata dipende anche dai modi con i quali oggi procede il ricongiungimento familiare. Infatti, finché queste donne avranno titolo a stare in Italia per il fatto di essere iscritte sul permesso di lavoro del marito risulteranno sempre dipendenti, anche perché vivranno nel terrore che un ripudio le possa allontanare dai loro figli. Non è questa, purtroppo, una condizione che concerne soltanto l’immigrazione dai paesi mussulmani. A queste donne noi dobbiamo offrire, per il possibile, la opportunità di crearsi una famiglia nella quale la dignità della persona, e quella della donna in particolare, abbiano raggiunto il livello di tutela che noi siamo riusciti a conseguire. Se relativizziamo quel riferimento, invece di muovere verso l’autonomia della persona rischiamo di favorire dissociazioni destinate a provocare schizofrenia sociale. Si pensi ai riconoscimenti anagrafici delle unioni fondate su vincoli affettivi che si stanno diffondendo in diversi comuni: non ci vuole tanto a comprendere che si tratta di una porta aperta verso la poligamia perché, a quel punto, non sarà più possibile distinguere una situazione poligamica da un’affettuosa convivenza in salsa occidentale. Non si tratta solo di un problema di stile: secondo un’inchiesta del 2001 - sono passati ormai sei anni - l’1,5% dei musulmani presenti in Italia praticano la poligamia. Ciò significa che al 2001 circa 15000 uomini di fede islamica avevano da due a quattro mogli e che, dunque, circa 50.000 donne residenti in Italia si trovavano in questa situazione.
Il problema si amplifica se si considerano i dati di crisi che provengono dall’interno della nostra società. La curva demografica non lascia spazio a fantasie soverchie. Avremo tempo fino al 2017 per fare il possibile affinché non si inveri una situazione per la quale le spalle di pochi debbano sostenere il peso di tanti. E poi c’è un’emergenza educativa che diviene più grave ogni giorno che passa. Il filo del rapporto scuola-famiglia, così come si è sviluppato da quando in Italia si è attivato un processo di alfabetizzazione, si è chiaramente spezzato. Gran parte dei problemi che vengono sbattuti in prima pagina, e che stanno assumendo un rilievo anche politico, nascono da qui: dalle mattanze sulle strade del sabato sera, ai modelli di successo fatti propri dalle nuove generazioni fino al degrado all’interno della scuola nei rapporti sia tra docenti e discenti sia tra compagni. Chi può mai sostenere, in coscienza, che sia un indizio di liberazione sessuale il fatto che immagini pornografiche di una compagna di classe siano fatte circolare sui video-telefonini? E chi ha l’animo di classificare sotto la voce “anti-autoritarismo” il fatto che un Preside possa essere fatto oggetto di violenze solo per aver vietato l’uso del cellulare in classe?
3.La difesa empirica della libertà
Di fronte a fatti così gravi ed evidenti, non dovrebbe valere alcuna distinzione tra destra e sinistra. Queste situazioni richiedono una risposta di buon senso da parte di tutti quelli che vogliono vedere la realtà per quella che è. Il diffondersi di questa situazione impone un’azione per tutelare quel minimo di autorità sociale che ancora non è andata distrutta. E’ una preoccupazione che dovrebbero nutrire soprattutto i liberali, per sfuggire la prospettiva d’interventi autoritari. Perché quando una società non è in grado di auto-regolarsi, inevitabilmente si produce nel suo seno, prima o poi, una svolta autoritaria. Per evitarla, è assolutamente necessario sventare un attacco esclusivamente ideologico nei confronti della tradizione. Perché, non c’è dubbio, l’attacco che la famiglia sta subendo ha prevalentemente questa cifra: distruggere una struttura che è nata e si è sviluppata spontaneamente. Soltanto così si comprende la ratio di alcuni provvedimenti proposti da questo governo. Con tutti i problemi del paese che stentano a trovare soluzione, quale altro senso potrebbe sennò mettere all’ordine del giorno del Parlamento la possibilità che all’interno di una famiglia vi possa essere una diversificazione dei cognomi? Si badi bene: non si richiede di accedere alla soluzione spagnola per la quale è concesso aggiungere al cognome del padre, volendo, quello della madre, che poi decade nella successione generazionale. No: quel che è in discussione è che nel medesimo nucleo famigliare un figlio possa chiamarsi col cognome del padre e un altro figlio col cognome della madre. Ovvero, che i due cognomi si possano stabilmente affiancare e possano entrambi tramandarsi. Compiango i miei nipoti. Mia sorella, che come me è nata Quagliariello, ha sposato un uomo che si chiama Protomastro. Se la normativa immaginata entrasse in vigore, i loro discendenti di terza generazione prima d’imparare a scrivere il loro cognome, dovranno aver frequentato la quinta elementare!
In realtà, disposizioni tanto insensate si spiegano solo con la volontà di distruggere ogni identità della famiglia nel giro di due-tre generazioni. Così come, per quanto concerne la normativa sul riconoscimento delle coppie di fatto – i cosiddetti “Dico” – quel che colpisce è che essa prescinda da qualsiasi verifica empirica dei problemi effettivamente esistenti. Alfredo Mantovano si è preso la briga di controllare ciò che, alla luce della giurisprudenza e della legislazione esistente, non è oggi riconosciuto alle coppie di fatto, siano esse eterosessuali o omosessuali. Sono pochi aspetti e marginali, che potrebbero trovare soluzione attraverso correzioni specifiche al codice civile, a quello penale e prevedendo per via contrattuale la comunione dei beni. Per quanto concerne la reversibilità della pensione, il problema in realtà non esiste. Perché non ci sarà un ministro del tesoro – di destra o di sinistra che sia - che potrà consentire a tale misura: la reversibilità, nella realtà dei fatti, si sta cercando di levarla a chi già ce l’ha.
A questo punto si pone l’ultima domanda: ma se la situazione è realmente questa, e i problemi empirici delle coppie di fatto potrebbero risolversi agevolmente con interventi mirati, come s’usa dire promossi in modo bipartisan, senza manifestazioni, senza mascherate, senza insulti nei confronti né di Benedetto XVI né di chicchessia, perché non si segue questa strada?
In tanti non intendono seguirla perché, in realtà, non sanno vivere senza ideologia e il rapporto amico/nemico. I nemici di un tempo erano i capitalisti, oggi sono divenuti coloro i quali trattano criticamente la nostra tradizione: con rispetto ma senza una pregiudiziale devozione. La distinzione tra laici e cattolici, in questo caso, non c’entra niente. Per questo il comitato per la difesa laica della famiglia, al quale hanno aderito credenti in differenti religioni e non credenti, rappresenta un fatto importante. La sua crescita ci conferma che non è in atto una guerra di religione ma una mobilitazione responsabile di donne e uomini che hanno a cuore la sorte dell’Italia nei prossimi trent’anni.