Pubblico il mio intervento al convegno su immigrazione e cittadinanza promosso dalla Fondazione Magna Carta, dal titolo "Cittadinanza: né breve né lunga. Semplicemente buona".
Il dibattito generato intorno al Manifesto sulla cittadinanza italiana presentato dalla fondazione Magna Carta non ha nelle sue finalità quello di giungere ad alcun patto politico-parlamentare; ciò che si vuol fare è mettere in campo alcune idee e proposte per cercare di arricchire una discussione oramai avviata da tempo. Quali poi saranno le soluzioni, sia nell’ambito del Popolo della Libertà che in Parlamento, è un problema che prescinde dalle finalità di questa discussione. Vorrei, invece, commentare il documento già esposto nelle linee essenziali dal presidente di Magna Carta, Francesco Valli.
Questo documento ha il pregio di un'impostazione “post ideologica” e “post novecentesca”: non si preoccupa, cioè, di stabilire se la proposta avanzata sul tema della concessione della cittadinanza sia più di destra o più di sinistra. Affronta il fenomeno dell'immigrazione valutandolo nelle sue caratteristiche attuali, senza pagare pegno a concezioni anacronistiche e a fotografie della realtà ferme al secolo scorso. Evita insomma di parlare di cittadinanza in termini sociologici, avulsi dal contesto odierno al quale ci si dovrebbe riferire e che troppo spesso, invece, viene relegato ai margini del dibattito, quasi fosse una variabile ininfluente.
La nostra tradizione intendeva con il termine cittadinanza l'appartenenza a un determinato popolo, a una specifica nazione. E’ storia antica, che affonda le radici nella rivoluzione francese e nella distinzione fra homme e citoyen sancita nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino: il cittadino era colui che entrava a tutti gli effetti a far parte del corpo della nazione.
Da qui, il legame indissolubile tra la cittadinanza e l'idea di interesse nazionale che qualche esempio storico aiuterà a chiarire. Prendiamo il caso degli algerini: il loro divenire cittadini francesi ha avuto un'accelerazione dopo la prima guerra mondiale, quando hanno servito la patria sotto la bandiera della Francia e in nome di essa sono morti al fronte. Oppure, se vogliamo recuperare un aspetto sociologico, i cattolici d'Italia sono stati considerati "cittadini" a tutti gli effetti nel momento in cui si sono integrati definitivamente nel corpo della nazione.
Ne deriva che il nesso tra la cittadinanza e l'interesse nazionale comporta necessariamente la valutazione del momento storico contingente; caso per caso, situazione per situazione, va deciso quando e come questa congiunzione si compie.
E a tal proposito bisogna porsi un interrogativo, solo all'apparenza peregrino: il riferimento alla nazione ha ancora una sua attualità? A mio avviso l'idea di nazione è profondamente mutata, sia sotto il profilo dei compiti che ad essa sono attribuiti, sia per quanto riguarda la sua traduzione istituzionale, vale a dire lo Stato. E' mutata perché esistono oggi organismi sovranazionali - basti pensare all'Unione europea -, ed è mutata anche perché si va consolidando un fenomeno di identificazione in quelle che vengono chiamate le "piccole patrie": le regioni, o addirittura comunità più ristrette che hanno assunto un'importanza che in passato non avevano.
Tuttavia sarebbe un grave errore ritenere che le nazioni abbiano esaurito del tutto il loro compito. Non mi soffermerò sulle ragioni, ma ritengo che sotto questo aspetto sia possibile riscontrare un consenso e stabilire una condivisione. E allora, se è vero che l'idea di nazione è mutata ma mantiene la sua centralità, credo sia necessario operare una distinzione degli ambiti.
Da una parte esistono i diritti di coloro che giungono nel nostro Paese, che risiedono dentro i nostri confini, che soggiornano legalmente in Italia. Si tratta di diritti che afferiscono all'essere persona: alcuni li si rintracciano nelle dichiarazioni universali dei diritti dell'uomo, altri risiedono in quello che viene definito il "diritto naturale". Ad esempio, chiunque soggiorna nel nostro Paese deve essere garantito nella integrità della sua salute, e dunque non può subire l’infibulazione anche nel caso in cui siano la sua tradizione e la sua cultura a prevederla; ogni donna che soggiorna nel nostro Paese deve essere rispettata in quanto tale, non può essere segregata nel nucleo familiare o essere oggetto di violenza; ogni minore che soggiorna nel nostro Paese deve essere tutelato dalle leggi sul lavoro e non può - come è accaduto nelle periferie di Prato - lavorare dieci ore al giorno, rinverdendo pagine tristi dell’inizio dell’età dell’industrializzazione.
Fin qui, si tratta di principi fermi, sanciti in testi che presentano una dimensione universale. La cittadinanza comporta, invece, una valutazione diversa e ulteriore. Essa implica l’entrare a far parte della comunità nazionale: non può essere riferita a situazioni astratte e universali, ma deve essere considerata secondo l'interesse della nazione in un dato momento storico.
Per questa ragione, non ci si può esimere dal considerare il fenomeno migratorio per come esso si presenta nel nuovo secolo. E' evidente come questo fenomeno si sia modificato radicalmente. Non a caso, anche le nazioni più interessate dall'immigrazione per essere state in passato potenze imperiali, stanno radicalmente rivisitando sia le loro strategie che le loro legislazioni, per adattarle a una realtà che presenta ormai dimensioni e caratteristiche differenti.
Ad esempio, come attestano quasi tutti gli studi in materia, attualmente il numero delle persone che raggiungono il nostro Paese, con l'intenzione di entrare in qualche modo a far parte della comunità nazionale e di integrarsi in essa, è assai limitato. Allo stesso modo, ci si deve porre il problema di quanto i fenomeni connessi alla globalizzazione abbiano condizionato la stessa immigrazione, facendo lievitare il numero di migranti che non hanno alcun interesse ad ottenere la cittadinanza, ma intendono trascorrere un periodo in Italia, magari come tappa di passaggio per altre mete europee, oppure come una parentesi più o meno lunga in vista di un ritorno nella propria terra d'origine.
Alla luce di questi dati reali, noi dobbiamo essere in grado di garantire a tutti coloro che soggiornano nel nostro Paese il rispetto di diritti che sono oggettivamente universali, ma non possiamo pensare che un periodo di soggiorno, registrato burocraticamente misurando il trascorrere del tempo, possa certificare la volontà di un immigrato di diventare cittadino italiano.
L'illusione di risolvere attraverso la cittadinanza il problema dell'integrazione rischia di essere un errore fatale. Le due questioni, infatti, sono e devono restare distinte: una cosa è l’integrazione di coloro che arrivano nel nostro Paese, altro è la concessione della cittadinanza; almeno fino a quando saremo d'accordo sul considerare la nazione un prodotto storico così come ce l'ha presentata Renan, il quale ebbe a definirla un plebiscito che si compie ogni giorno. E allora, se la nazione è un plebiscito che si compie ogni giorno, non possiamo pensare che esso venga affidato esclusivamente ad un meccanismo di tipo burocratico che attesta il passare degli anni, a prescindere dal numero di anni che si vogliono considerare.
Anche perché c'è un aspetto ulteriore che è molto importante e deve essere considerato: ciò che oggi differenzia i diritti del residente dai diritti del cittadino è essenzialmente il diritto di voto. Ha insomma perso pregnanza la teoria del sociologo inglese Marshall che distingueva i diritti in tre grandi sfere - diritti civili, diritti politici e diritti sociali - e presupponeva che per conquistare i diritti sociali fosse necessario aver acquisito i diritti politici. La legislazione e i parametri della convivenza civile, ormai consolidati in quasi tutti i Paesi europei, dimostrano, infatti, che oggi l'acquisizione dei diritti sociali è del tutto indipendente dalla conquista dei diritti politici. E allora, se è vero che il tema della cittadinanza in termini di diritti riguarda soprattutto l'elettorato attivo e passivo, bisogna riconoscere che si tratta di una questione di rango costituzionale, e dunque meritevole di un atteggiamento di estrema prudenza.
Insomma, l'esigenza - che anch'io condivido - di rivedere la legge del '92 non può concretizzarsi nella riduzione del tempo previsto per l'acquisizione della cittadinanza. Bisogna perseguire altri obiettivi. Innanzitutto, bisogna snellire l'ingranaggio burocratico eccessivamente farraginoso che attualmente regola la permanenza nel nostro Paese degli immigrati regolari: in molti, infatti, ambiscono allo status di cittadini non perché pensano e vogliono entrare a far parte del corpo collettivo della nazione Italia, ma perché è più facile diventare cittadini che non seguire l'iter per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Una semplificazione procedurale di questi meccanismi renderebbe più distinte e chiare le due fattispecie dell'immigrazione e della cittadinanza.
In secondo luogo, per affrontare il tema della cittadinanza bisognerebbe passare da una dimensione esclusivamente di tipo "burocratico-quantitativo", che si limita ad attestare il trascorrere del tempo, a una dimensione che comporti anche valutazioni di tipo "valutativo-qualitativo"; che, dunque, prenda in considerazione la volontà attiva dell’immigrato di diventare cittadino italiano; che valuti la sedimentazione di una serie di aspetti più complessi legati al divenire parte del corpo collettivo che si chiama Italia.
Credo che questo, ferme restando le differenze enormi che permangono, possa essere il punto di contatto con la proposta Granata-Sarubbi, intorno al quale sviluppare un confronto costruttivo. In ogni caso, però, credo che il parametro temporale rispetto al quale valutare eventualmente la presunta volontà attiva dell'immigrato di diventare cittadino e pensare ad abbreviazioni debba essere quello attuale. Non è possibile pensare di ridurlo. Perché se è vero che dobbiamo rifarci al momento contingente e considerare la situazione nella quale si trovano attualmente le nazioni esposte al fenomeno migratorio, ivi comprese le curve demografiche, è evidente che oggi tutto porterebbe a pensare che il tempo per la concessione della cittadinanza debba essere allungato e non diminuito.
Noi questo non lo diciamo. Riteniamo di dover tenere fermo il termine vigente, ed eventualmente di poterlo abbreviare purché si sia in presenza di elementi che dimostrino effettivamente una volontà attiva della persona di partecipare a quella sedimentazione complessa che forma una nazione.
Credo insomma che dietro la formula della “cittadinanza a punti” ci sia proprio l’idea di introdurre elementi qualitativi. Sotto questo aspetto, l’esempio inglese è molto importante. L’idea della cittadinanza meritata e della cittadinanza attiva, peraltro in un Paese di tradizione imperiale come la Gran Bretagna, va al cuore della questione, e pone il problema di come si debba difendere l’interesse nazionale nell’attuale tempo storico. Tenendo conto che è cambiato il fenomeno dell'immigrazione, si sono modificate anche le nazioni, ma non per questo è venuto meno un monito del vecchio Renan: le nazioni esistono quando hanno un’anima, quando l’anima viene meno le nazioni muoiono.