Anche Csm e Consulta hanno le loro colpe

Libero

di Gaetano Quagliariello e Fabrizio Cicchitto

Dopo i fatti di Milano, si profila una mistificazione che respingiamo con forza. Secondo l'interpretazione che si cerca di imporre, ci si troverebbe di fronte a un generalizzato clima di odio che tutti, vittime e carnefici senza distinzione, dovrebbero impegnarsi a superare.
Le cose non stanno così. Il centrodestra non ha criminalizzato alcun avversario. In questi mesi di polemiche durissime, invece, il gruppo dirigente del PdL ha dovuto difendere il proprio partito, e soprattutto il proprio leader, da un attacco concentrico, dissennato e barbaro. Un attacco a lungo alimentato dalla fabbrica di fango che ha girato a pieni motori alla vigilia delle elezioni europee e amministrative dello scorso giugno, e che nelle ultime settimane, come in troppi fingono di non vedere, ha fatto registrare un salto di qualità. In particolare, e non a caso, dopo la bocciatura del lodo Alfano.
Il pronunciamento della Corte costituzionale ha infatti rimesso in moto vecchi processi, con relativa grancassa mediatica, e ha determinato la possibilità di un contrasto tra una eventuale sentenza di primo grado e l'espressione della sovranità del popolo.
Allo stesso tempo, con straordinaria sincronia, attraverso una sentenza civile si è sferrato un attacco micidiale al patrimonio imprenditoriale della famiglia Berlusconi, fissando un risarcimento che non ha precedenti nella storia della finanza italiana a vantaggio dell'editore capofila della campagna di delegittimazione contro il presidente del Consiglio.
Infine, dopo un lungo rullare di tamburi, sono state introdotte in un pubblico dibattimento le accuse incontrollate di un sedicente pentito, preparate da un'intensa campagna mediatica di accreditamento per assicurare i riflettori del mondo sull'attesa deflagrazione di una bomba atomica che al dunque si è rivelata un petardo, e una settimana dopo si è trasformata in un boomerang. Senza però che gli effetti sull'immagine internazionale del nostro Paese e del capo del governo, accusato addirittura di essere corresponsabile della strategia stragistico-terroristica messa in campo dalla mafia nei primi anni Novanta, fossero meno rovinosi.
La consecutio degli eventi è sotto gli occhi di tutti. E laddove persistessero dubbi sulla non casualità di tante straordinarie coincidenze, per fugarli basterà rievocare lo scadenzario delle manifestazioni contra personam che hanno accompagnato i passaggi salienti di questa aggressione concentrica. La "tripletta" della bocciatura del lodo Alfano, della sentenza civile sul lodo Mondadori e della manifestazione per la libertà di stampa, ad esempio. O ancora il "No-B Day" programmato per il "day after" dello Spatuzza-show.
Il giudizio sulla sentenza della Corte costituzionale, dunque, è e resta gravissimo, perché essa si è assunta la responsabilità di riaprire in Italia il conflitto sulla legittimità del potere che ha già segnato fasi drammatiche della nostra storia. E anche perché la Consulta, contraddicendo il suo pronunciamento precedente, ha consapevolmente infranto il principio di leale collaborazione fra le istituzioni, sviando l'attività legislativa del Parlamento e traendo in inganno lo stesso Capo dello Stato.
Inoltre, la bocciatura del lodo ha riaperto la strada al rischio che la sacrosanta autonomia del potere giudiziario possa tramutarsi in sopraffazione da parte di frange di toghe militanti. E in questo quadro non può non preoccupare per la tenuta degli equilibri costituzionali l'allarmante e spesso improprio protagonismo degli organismi sindacali e istituzionali della magistratura: dall'Anm con i suoi proclami politici, al Csm con il suo continuo e strumentale ricorso alle cosiddette "pratiche a tutela" e ai pareri non richiesti sulle leggi in discussione in Parlamento.
A testimonianza ulteriore dell’esistenza di una pericolosa asimmetria, quando il Premier ha legittimamente posto nel dibattito il tema di una grande riforma costituzionale (compresa la modifica della composizione della Consulta, ritenuta oggi di parte) – valutazione evidentemente suscettibile di divergenti giudizi politici - essa è stata demonizzata anche da fonti autorevoli, che però non hanno aperto bocca quando il presidente del Consiglio è stato indegnamente attaccato sul fronte della mafia e del terrorismo.
Al contrario: Di Pietro si è prodotto in un attacco frontale chiamando, evocando e sollecitando un’esplosione di violenza. Una trasmissione della tv di Stato, col mirino fisso contro Berlusconi, lo ha accusato di mafiosità e di corresponsabilità nelle stragi. Lo stesso dicasi per la catena editoriale ispirata da Eugenio Scalfari. Altrettanto insinuano o affermano esplicitamente alcuni magistrati inquirenti, magari titolari di indagine proprio sul delicato terreno del rapporto mafia-politica.
Il cosiddetto disturbato mentale Tartaglia, le decine di migliaia che inneggiano alla sua impresa, sono i nipotini di questi cattivi maestri. Un Paese in cui sia possibile tutto ciò rinuncia innanzi tutto alla propria legittimità democratica. E allora aspettiamo ora di vedere se il Pd proseguirà nel suo abbraccio mortale con l'Idv, e se Casini continuerà a proporgli una sorta di CLN che a sua volta presupporrebbe l’esistenza di un regime totalitario da combattere con tutti i mezzi.
La vicenda non può essere liquidata come l’esplosione di un caso singolo di follia politica e con un generico ed ecumenico invito a cessare la campagna di odio. Perché la realtà è ben diversa e le responsabilità politiche di ciò che è avvenuto sono molto precise, anche se graduate nella loro manifestazione e pericolosità.
 

15/12/2009