Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, accetto l'invito alla cura. Questa è una prima occasione. Per non sprecarla è necessario dire poche cose e compiere un atto di buona volontà.
E allora, per dire poche cose ma chiare, diremo innanzitutto che la Costituzione per noi non è un totem, non è un mito intangibile. È un grande accordo politico e come tale datato ed emendabile. Ci è stata affidata in un momento storico particolare e molto difficile per il nostro Paese dai Padri costituenti, che hanno lasciato alle future generazioni il compito di definire tre capitoli che loro non erano riusciti a definire. Basta rileggersi il "testamento" di Meuccio Ruini, colui il quale più di ogni altro ha contribuito al compromesso della seconda parte: forma di Stato, forma di Governo e bicameralismo vengono considerati capitoli incompiuti.
Nella prima parte della storia della Repubblica l'assenza in particolare di un equilibrio tra il potere legislativo ed il potere esecutivo ha fatto sì che, per scongiurare l'instaurazione di una sorta di regime assembleare, che pure è un rischio presente nell'equilibrio dei poteri della nostra Carta, si realizzasse quella che Pietro Scoppola definì la Repubblica dei partiti, assurti di fatto al ruolo di fulcro del sistema istituzionale. Quei partiti erano qualcosa di più che istituzioni di fatto. Erano anche aggregati sociali. Si chiamavano anche partiti di integrazione sociale perché in quei partiti si viveva una parte della propria esistenza, si passava persino una parte del proprio tempo libero. Ora, quei partiti sono finiti, travolti non tanto e non solo dai grandi cambiamenti istituzionali, ma soprattutto dai grandi cambiamenti sociali, travolti dalla modernizzazione, che ha chiuso le sezioni di paese in cui una volta si giocava a carte.
Dal 1994, e più decisamente dopo il 2008, il sistema politico italiano ha virato verso una democrazia degli elettori: una situazione sostanziale, suggellata dalla volontà dei cittadini, dalla ricerca di un contatto diretto tra gli elettori e la rappresentanza, che esiste e vive nei fatti, nei simboli, anche se non ha trovato ancora un sua codificazione istituzionale.
Questa per noi è la sfida che ci troviamo di fronte: non si tratta di razionalizzare un sistema ormai superato, che ha avuto i suoi grandi meriti storici, ma di organizzare e di dare forma istituzionale ad un'evoluzione sociale, che si è prodotta naturalmente. Non si tratta, dal nostro punto di vista, di compiere strappi, ma di procedere consapevolmente lungo la strada della modernizzazione. Non è un caso, infatti, che le Costituzioni occidentali cosiddette di terza generazione, perché successive al 1989, prevedano tutte, senza esclusione, un rapporto diretto tra il potere esecutivo e il corpo elettorale. Ed anche quando questo rapporto è sancito da un'elezione diretta del Presidente della Repubblica o del Capo del Governo, il ruolo fondamentale del Parlamento, dell'Assemblea legislativa, non è messo in discussione. Piuttosto, se si vuole che il Parlamento conservi la sua centralità e, anzi, tragga nuovo impulso dalle nuove regole, che mi auguro andremo a scrivere insieme, sarà importante non solo metter mano ai suoi meccanismi di funzionamento, ma anche individuare la strada migliore per superare il bicameralismo perfetto. Tutti i progetti che finora si sono succeduti in tal senso, infatti - ce lo dobbiamo dire - nel meritevole intento di superare un sistema anacronistico, hanno proposto ricette che avrebbero finito col complicare enormemente l'iter legislativo, piuttosto che facilitarlo.
Quando si è giunti ad immaginare un Senato estraneo al circuito della fiducia, ci si è posti lungo un sentiero impervio, con due sole alternative: dar vita ad un Senato subordinato all'altro ramo del Parlamento, o attribuire ad esso un «potere contrattuale» nei confronti dell'Esecutivo, giocato inevitabilmente sulla pelle del debito pubblico.
Infine, se si vuole davvero intraprendere un cammino di riforma che modernizzi il nostro Paese e lo renda una democrazia "normale", non si può espellere il capitolo della giustizia. Apprezzo le aperture in tal senso contenute nell'intervento della presidente Finocchiaro. Infatti, se ci si richiama alla Costituzione e allo spirito che ne ha animato la stesura, non sono ammesse censure: si deve prendere atto che l'articolo 68, pensato dai Padri costituenti, serviva a introdurre nel sistema un elemento di equilibrio fra l'ordinamento giudiziario e la vita politica.
Guardiamoci intorno senza paraocchi ideologici: vi sono soluzioni diverse, ma nessuna grande tradizione costituzionale omette di porsi il problema di questo equilibrio e di come evitare che poteri fondamentali dello Stato entrino in conflitto. Il problema, insomma, non è soltanto quello di garantire loro un seppur sacrosanto spazio di autonomia.
In tal senso - consentitemi, colleghi senatori - non si tratta di confondere il consenso con l'immunità, né di introdurre forme di impunità che nessuno ha mai immaginato, ma di preservare la sovranità del popolo. Non si tratta di svincolare il potere politico da un equilibrio di pesi e contrappesi, ma piuttosto di ricreare quei pesi e contrappesi che i Padri costituenti avevano non a caso immaginato. Soprattutto, non si tratta di una sola persona, ma della stabilità delle nostre istituzioni, dello sviluppo del nostro Paese, del futuro della nostra democrazia.