A furia di dare per vero ciò che vero non è, e di discettare in astratto senza riferirsi in concreto alle leggi che si vogliono criticare, il rischio è che sul testamento biologico tra la realtà dei fatti e il dibattito pubblico si crei uno iato insuperabile.
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di ieri sostiene che la discussione sul ddl Calabrò in Senato abbia risentito dell'influenza ideologica del caso Englaro. Non è così. Sotto l'onda del dramma di Eluana approdò in Senato una semplice leggina che si limitava a sostenere che idratazione e alimentazione non potessero essere considerate cure: una questione controversa, che implica aspetti medico-scientifici ma investe anche la concezione di civiltà che ognuno di noi persegue, e sulla quale è difficile mediare.
A fronte di una proposta del genere, che avrebbe lasciato nell'indeterminazione tutti gli altri aspetti del confine tra la vita e la morte, furono le opposizioni a sollecitare una regolamentazione più incisiva, in particolare sul testamento biologico.
Molti di noi avrebbero preferito non avventurarsi su questo terreno, nella convinzione che vi sono ambiti difficilmente declinabili nei commi di una legge. Fu dunque su richiesta dell'opposizione, oltreché per arginare la corrida giudiziaria innescata dalla Cassazione, che il cammino del ddl Calabrò prese avvio.
Panebianco afferma poi che il testo approvato in Senato sarebbe eccessivamente prescrittivo, e finirebbe per invadere la "zona grigia" del passaggio dalla vita alla morte. Ma qui la distanza dal caso Englaro aumenta ancora: come è possibile infatti parlare di "zona grigia" se è stato necessario sospendere acqua e cibo per far morire una persona le cui volontà erano state ricostruite ex post?
E ancora. L'editorialista cita a suo sostegno la teoria di von Hayek sul rapporto tra conoscenza e mercato, nel tentativo di attribuire alla legge Calabrò lo stesso peccato mortale che l'economista imputava ai pianificatori: la "presunzione fatale" di voler programmare tutto senza poter tutto conoscere. Ma cosa c'è di più presuntuoso che pretendere di stabilire una volta per tutte, con anni di anticipo, senza poter prevedere i futuri progressi della scienza, ciò che dovrà accadere alla fine della propria vita? Cosa vi è di più "programmatorio" che sancire l'immodificabilità assoluta di una volontà precedente, anche a fronte di eventi imprevedibili come una nuova scoperta in campo medico?
Non vi è nulla che calpesti l'intimità di quella "zona grigia" che Panebianco vorrebbe preservare quanto l'assolutizzazione della volontà dell'individuo che sottende ad alcune visioni "estreme" del testamento biologico spacciate per soluzioni liberali. Al contrario, la legge Calabrò - imperfetta e perfettibile - sposa per molti versi l'idea di "futuro aperto" cara all'editorialista, a von Hayek e anche a Popper. All'articolo 1, ad esempio, laddove vietando eutanasia e accanimento terapeutico sancisce nei fatti l'intangibilità della "zona grigia" rispetto a soluzioni estreme di opposto segno. O all'articolo 7, quando pur riconoscendo al paziente il diritto di veder rispettate le proprie volontà, attribuisce al medico la facoltà di valutare, in accordo con il fiduciario, eventuali nuove cure che la persona non poteva conoscere al momento di scrivere il proprio testamento biologico.
I capisaldi fissati nella legge sono dunque lontani anni luce da qualsiasi presunzione fatale. A questo punto, piuttosto che indugiare su interpretazioni che non corrispondono alla realtà, sarebbe meglio contribuire al dibattito proponendo soluzioni concrete che possano migliorare il ddl, semplificarlo, renderlo più intelligibile. Riferendosi certamente a von Hayek, ma anche agli articoli della legge.