L'agenzia del Sud strumento strategico

Corriere del Mezzogiorno

Gentile Direttore, le resisto. Non sono esperto come Lei di meridionalisti di sinistra e, dunque, non sono in grado di cogliere fino in fondo le differenze tra Nicola Rossi e Gianfranco Viesti. Ritengo, però, che la prima e fondamentale frattura nel campo del meridionalismo è tra quanti hanno assunto una deriva localistica rincorrendo in questa dimensione la chimera di un nuovo modello di sviluppo e quanti, invece, tengono ferma una prospettiva nazionale e ritengono che lo sviluppo vada considerato con i parametri oggettivi, se si vuole scontati, sedimentati dalle scienze economiche e sociali. Ora, nell’ultimo lavoro di Viesti, Mezzogiorno a tradimento, vi sono giudizi e considerazioni sul centro-destra che non condivido e spesso trovo fuorvianti. Non di meno, la prospettiva dell’analisi è unitaria perché il sud è considerato un problema nazionale e un’occasione di sviluppo per tutto il Paese. E’ quanto basta per ritenerlo - rispetto alla frattura principale - dalla nostra parte. Poi, preso atto di questa differenza e sbarazzatici dei paradigmi alternativi, è bene che altre distinzioni siano fatte. Io non credo più che quella tra statalisti e liberisti, che pure appartiene alla classicità delle discussioni intorno al Mezzogiorno, abbia oggi ancora lo stesso valore di un tempo. Perché, al cospetto dei disastri provocati dal regionalismo, per chi crede che ci sia tanto da aggiustare, vi sono almeno due modi differenti di essere statalisti. Per semplificare: c’è chi, per atavica sfiducia nel mercato, vorrebbe affidare allo Stato il compito di allocare le risorse selezionando tra i progetti e aumentando così il tasso di corruzione e le spese di transazione che le imprese debbono sopportare. E c’è chi, invece, ritiene che lo Stato debba occuparsi di creare “il contesto” affinché gli investimenti nel Mezzogiorno non siano penalizzati e i capitali respinti: preoccuparsi della sicurezza considerando i fenomeni malavitosi per quello che sono (e non soltanto come occasione per mobilitazioni politiche); creare infrastrutture; sostenere il capitale umano e i centri di formazione d’eccellenza, ormai in via d’estinzione. In questa prospettiva, è pure necessario prevedere i contrappesi affinché il federalismo divenga per il sud un’occasione, senza risolversi in una ulteriore degenerazione dei guasti provocati dalle Regioni. In tal senso, strumenti “strategici” come un’agenzia o come la banca del sud proposta da Tremonti, se prospettati con coerenza, possono risultare affatto in contraddizione con l’assunzione di una prospettiva nazionale. Di contro, potrebbero garantire, come chiede Galasso, che la riscoperta del meridionalismo non si risolva nella semplice elargizione a pioggia - e ai più chiassosi - di finanziamenti senza progetti e senza strategia unificante. Non ritengo, per questo, che qui risieda la grande contraddizione del centro-destra. Piuttosto, se è vero, come io ho sostenuto, che una nuova stagione meridionalista potrebbe partire dalla vittoria dello Stato sull’immondizia e dall’intervento dello Stato in occasione del terremoto dell’Aquila; e se è vero, come Lei ha scritto, che le classi dirigenti si formano nel fuoco dell’emergenza, allora quello su cui il suo giornale dovrebbe sfidarci – mi consenta il suggerimento - è la capacità di formare una classe dirigente che non dissipi ciò che Berlusconi, piaccia o non piaccia, ha saputo fare. Perché le idee, anche le migliori, viaggiano sempre sulle gambe degli uomini. E il PdL, se vorrà essere realmente un grande partito a vocazione maggioritaria, in queste lande dovrà dimostrare che gli uomini li sa scegliere, li sa assembrare, li sa motivare.

07/08/2009