Scuola, diamo voce alla maggioranza silenziosa

Ecco il testo del mio intervento in Aula al Senato nel corso del dibattito sul decreto Gelmini sulla scuola.

Signor Presidente, signor Ministro, colleghi Senatori, signori del Governo,

una premessa. Al di là di come la si pensa, è innegabile che il 13 e 14 aprile gli elettori hanno conferito a un leader e al suo schieramento un mandato che non ha precedenti nella storia della Repubblica, ed è altrettanto evidente che solo un governo sostenuto da una robusta e coesa forza parlamentare e da una massiccia legittimazione democratica può mettere mano con speranza di successo alle grandi emergenze nazionali. Fra queste, l'emergenza educativa.

Se dovessi definire il concetto di emergenza educativa, direi che essa consiste nel fatto che i paradigmi di comportamento, i valori correnti nella vita quotidiana, gli atteggiamenti diffusi verso la cosa pubblica e gli altri consociati si trovano al di sotto degli standard richiesti da una convivenza civile e ordinata. Nessuno, ad esempio, mette in dubbio che nelle scuole e nelle università possa essere manifestato il dissenso e la protesta; ma ritenere che si possa per questo giungere a mutilare il diritto di non manifestare, a impedire alla maggioranza silenziosa che vuole continuare a studiare e a seguire le lezioni di poterlo fare, è un segno eloquente di quanto il problema sia profondo.

Nel senso comune si è radicata la percezione che l'emergenza educativa scaturisca dalla situazione di crisi nella quale versa il nostro sistema scolastico. Il problema è certamente ben più ampio, investe le agenzie educative che fino a pochi decenni fa contribuivano alla formazione del cittadino. Ma metter mano alla scuola, nondimeno, dev’essere questo il punto d’attacco, l’ambito da cui cominciare, orientandosi secondo una duplice prospettiva: definire un nuovo orizzonte culturale e, all’interno di questo, chiudere un ciclo storico per aprirne un altro.

La crisi del modello classico continentale di istruzione ci rimanda al XIX secolo e ad una concezione integralista e totalizzante dell’educazione pubblica, in virtù della quale lo Stato ha preteso il monopolio dello stile, dei principi, dei metodi, dei contenuti e persino degli spazi dell’istruzione. Mentre l’architettura scolastica giungeva a descrivere i suoi irrinunciabili stilemi quasi fossero dogmi scolpiti nelle pietre, si affermava l’icona del maestro laico, repubblicano e quindi di sinistra, modello di virtù pubblica e, al contempo, custode delle tavole sacre della cittadinanza con il compito di trasferirle di generazione in generazione.

In questo quadro, l'Italia ha rappresentato a lungo un'eccezione. Da noi la durezza di quello scontro è rimasta sullo sfondo; edulcorata prima, in epoca liberale, dai tentativi di trovare pertugi attraverso i quali far passare l’integrazione delle masse cattoliche nello Stato; poi, in periodo fascista, dalle complesse dinamiche della sfida sotterranea tra Stato e Chiesa su quella generazione che il regime avrebbe voluto “integralmente fascista”; infine, in epoca repubblicana, è rimasto come impigliato negli stampi di un regime di separazione formale regolato da un partito unico dei cattolici fattosi braccio secolare della Chiesa.

In Italia, dunque, l’idolatria statalista nell’ambito della scuola non mai ha scalato i picchi dell’intolleranza e dell’illiberalità: la parità scolastica è rimasta, nel senso comune, un obbiettivo regressivo, ma questo non ha mai determinato chiusura di istituti o divieti. Non di meno, finito il tempo degli ammortizzatori storici, si fa oggi tanta fatica a sbarazzarsi dei residui di quel modello, più antiquato che antico, che poggia su un malinteso ideale di laicità. Si fa fatica a individuare in una libera e regolata competizione di metodi e contenuti - piuttosto che nel riproporsi di anacronistici monopoli -, la strada dalla quale potrà transitare nel XXI secolo un ideale di cittadinanza veramente inclusivo. E, in quest’orizzonte, si fa ancora più fatica ad accettare un'idea dell’educazione che parta dalla persona, dalle sue inclinazioni e dalla loro valorizzazione, piuttosto che da un astratto ideale di “bene pubblico”. Proprio da qui originano ad esempio le inaccettabili strumentalizzazioni sulla questione delle cosiddette "classi ponte": non importa che un bambino di dieci anni arrivato in Italia senza conoscere la nostra lingua possa diventare un disadattato se sbattuto improvvisamente in una classe senza alcuna mediazione; l'importante è gridare al razzismo!

Forse, quest’assenza di classicità ci ha anche privato di un parametro alto che possa aiutarci a considerare tutta la nefandezza del’ultimo ciclo storico inauguratosi col Sessantotto. Una stagione dura a morire, che ha progressivamente svuotato il principio di autorità: nel rapporto tra alunni e docenti, tra docenti e dirigenti scolastici, tra personale docente e personale non docente, tra l'istituzione scuola e la famiglia.

Lungo la stessa direttrice, propagandando un egualitarismo falso, quella generazione ha eroso il principio della meritocrazia, ponendolo come bersaglio di una propaganda critica tanto falsa quanto rovinosa. Questa stessa deriva, da ultimo, sta provocando un nuovo classismo. Lo scadimento dell’offerta formativa, infatti, mette solo i più facoltosi nella possibilità di accedere a costose strutture d’eccellenza, spesso fuori dai confini della nazione. Del resto, non è la prima volta che i giovani, strumentalizzati da falsi maestri, si mobilitano contro il loro futuro. E’ curioso, ad esempio, che i nostri studenti universitari protestino in questi giorni contro la “Riforma Gelmini”, quando il Ministro, almeno finora, sull’Università ha soltanto rilasciato qualche dichiarazione e i tagli previsti dalla finanziaria del Ministro Tremonti risalgono ad oltre tre mesi fa. Una sfasatura temporale - e, consentitemi, anche culturale - quanto meno sospetta, sulla quale faremmo bene a riflettere tutti.

Nell'affrontare le grandi questioni che attengono alla politica educativa non si può poi non tener conto della difficoltà di governo di un universo complesso come quello scolastico, che conta al suo interno oltre un milione di dipendenti. Pensiamo ad esempio alla sindacalizzazione estrema che ha fatto sì che la scuola fosse considerata un ammortizzatore sociale, un serbatoio di posti di assegnare, e non una risorsa per il futuro del Paese.

Allo stesso tempo, il modesto livello retributivo riconosciuto alla classe docente - anche a causa delle assunzioni di massa - ha contribuito al progressivo logoramento della considerazione sociale del ruolo degli insegnanti. Infine, va ricordato quanto sulla scuola italiana abbiano gravano i trentacinque anni di capovolgimento progressivo del rapporto tra scuola e famiglia determinato dai decreti delegati del 1974, a causa dei quali la scuola è divenuta una controparte ostile con cui contrattare tutto, persino i voti dei figli, e non una istituzione con la quale collaborare.

Di fronte a questo scenario, sappiamo che invertire la rotta non sarà una passeggiata. Sarà difficile, ad esempio, metter mano alle politiche del personale, adeguare i livelli retributivi e innalzare gli standard qualitativi finché prevarrà un'applicazione perversa del principio di autonomia. Mentre, sul fronte amministrativo, non si può sottacere l'abnorme potere di condizionamento maturato dalla burocrazia ministeriale, in gran parte politicamente orientata, e non c'è bisogno che specifichi da quale parte. Un potere di condizionamento che non di rado si è fatto potere di interdizione.

Non è dunque difficile comprendere perché tanto dure e accanite si mostrano le resistenze nei confronti dell'avvio di un progetto riformista. Si tratta di resistenze ideologiche; di resistenze strutturali, dovute al fatto che nel settore educativo come altrove, o forse più che altrove, ci si dovrà confrontare con una sacca di precariato che le politiche scellerate degli ultimi decenni hanno irresponsabilmente alimentato. Si tratta, infine, di resistenze corporative: perché nessuna delle categorie, anche per colpa di una massiccia e durevole propaganda di disinformazione, rinuncerà alle proprie rendite di posizione finché non riusciremo a far comprendere a tutti, proprio a tutti, che in gioco c'è il futuro del nostro Paese.

Fin qui, il pessimismo dell'intelligenza. Ma noi in quest'Aula stiamo dando spazio all'ottimismo della volontà.

E’ proprio nell’ottica di questo ottimismo che sento di dover guardare al decreto che stiamo esaminando. Il ritorno al maestro unico è certo anche la risposta a una necessità imposta dalla congiuntura economica, ma vorrei fosse chiaro che non siamo disposti a giocare la qualità dell’educazione dei nostri figli per motivi puramente economici. Se abbiamo compiuto questa scelta è soprattutto perché riteniamo che sia la scelta pedagogicamente più seria e più responsabile. La progressiva liceizzazione che in questi anni ha contraddistinto la pratica educativa in tutte le scuole, senza distinguere tra un bambino e un adolescente, ha finito per danneggiare sia le scuole primarie, sia quelle secondarie, sia gli stessi licei. E noi vogliamo invertire la rotta.

Ci sembra che ridare ai bambini una figura di riferimento sia una scelta importante, specialmente in considerazione dei troppi “maestri”, buoni e meno buoni, coi quali essi hanno oggi a che fare. Noi pensiamo a insegnanti capaci davvero di “fare segno” nella mente e nel cuore dei nostri figli e per questo anche meritevoli di essere riconosciuti nell’incommensurabile valore del lavoro che svolgono. Anche la reintroduzione del voto in condotta e la sostituzione dei giudizi con i voti vanno considerate in quest’ottica di rinnovata dignità che vogliamo ridare al mondo della scuola.

Siamo consapevoli, ovviamente, che quanto stiamo facendo è solo un difficile inizio. Ma lo riteniamo importante. E ci stupiscono non poco le strumentalizzazioni che si sono fatte in questi giorni del decreto che stiamo discutendo. Nel ribadire con forza che il tempo scuola dell’insegnante unico non coinciderà con il tempo scuola dei nostri figli, il quale si protrarrà anche nel pomeriggio; nel ribadire altresì che nessun insegnante o dipendente Ata sarà licenziato, dico che bisogna avere il coraggio di provarci: anche se la conservazione, le resistenze al cambiamento per quanto non più in grado di affermare i vecchi modelli ci sembrano a volte sufficienti a impedire il tentativo di edificarne uno nuovo.

Bisogna trovare consapevolezza che è stato proprio questo “blocco” ad aver trasformato il problema educativo in una vera emergenza nazionale. E di fronte a questo scenario, porsi una domanda semplice: siamo di fronte ad un'occasione storica; abbiamo un mandato popolare ampio e inequivoco. Se non ora, quando? Ministro Gelmini, gliel'ho detto qualche giorno fa, glielo ripeto in quest'Aula: noi non la lasceremo sola.

23/10/2008