Alla ricerca del partito che non c'è (e che speriamo ci sarà)

L'Occidentale

A questo punto, indipendentemente da come finirà oggi a Roma, è chiaro che per trasformare il risultato delle politiche da grande occasione a svolta storica, il centro-destra dovrà muovere contemporaneamente su tre terreni: il governo, la riforma del sistema e il partito.

Del governo si parla anche troppo. Per la verità più dei nomi dei possibili ministri, che non degli effettivi nodi che si nascondono dietro di essi. Della riforma del sistema, da tutti auspicata a parole, qualcosa si potrà dire solo dopo i ballottaggi. Quando, gettatosi alle spalle il tempo della propaganda, si capirà se Veltroni vorrà tornare a privilegiare la strada della reciproca legittimazione o preferirà attardarsi a enfatizzare il rischio democratico, come ha fatto con la lettera sui fondamenti della Repubblica, con le interviste post-voto e persino con alcune ridicole dichiarazioni sul 25 aprile.

Si parla invece poco – e purtroppo male – dell’oggetto a proposito del quale esisterebbero tutti i termini per imbastire una discussione seria: il partito. Cioè quello che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Berlusconi, dovrebbe essere il lascito più duraturo della sua permanenza nell’arena pubblica.

Se ne parla poco, perché se la scommessa sul grande partito dei moderati non sarà vinta, quanto è accaduto nelle ultime elezioni inevitabilmente scadrà al livello di espediente provvisorio, pronto a disperdersi nei mille rivoli di una nuova frammentazione.

Se ne parla male, perché quei pochi che affrontano il tema lo fanno, per lo più, contrapponendo un “partito liquido” - privo di scheletro organizzativo e affidato alle virtù della leadership - a “un partito macchina” che dovrebbe ricalcare i vecchi modelli novecenteschi. Il “partito liquido” è la metafora di Forza Italia, il partito-macchina è Alleanza nazionale, come si evince dalla lettura dell’articolo di Flavia Perina pubblicato sul Secolo d’Italia il 24 aprile scorso.

In questi termini, il dibattito risulta “cieco” sin dalle premesse. Perché la convivenza tra leader carismatico e struttura, legati da un rapporto di scambio e di reciproca necessità, è una realtà di tutte le moderne democrazie ed è l’elemento che più di ogni altro le differenzia dai regimi plebiscitari. E anche perché sbaglia di grosso chi continua a ritenere che in questi anni Forza Italia sia stato solo un “partito liquido”, mera espressione della forza carismatica del suo capo. Questo errore è stato commesso da quanti – avversari e ancor più alleati – hanno valutato il “berlusconismo” come un fenomeno passeggero. Sarebbe grave che tale errore di prospettiva fosse ora condiviso da chi si appresta, con Forza Italia, a costruire il grande partito dei moderati. Non si terrebbe conto, tra l’altro, della realtà di questi anni che ha visto Forza Italia costruire uno “zoccolo duro” dell’anticomunismo esistenziale in modo anche più intenso – in termini di comunicazione e fedeltà dell’elettorato - di quanto ha saputo fare Alleanza Nazionale.

Se dalla pratica politica ci spostiamo sul piano della teoria, si apprezza ancor di più quanto la forma del partito azzurro sia moderna rispetto ai partiti del Novecento. Quando Forza Italia ha deciso di superare la fase del movimento, ha implicitamente deciso di distinguere tra la partitocrazia e i compiti fisiologici dei partiti nella democrazia rappresentativa. Una cosa infatti è pretendere d’essere fulcro del sistema politico, altro è assolvere a funzioni vitali per l’esistenza di un sistema rappresentativo. Insomma, una volta che il partito cessa di essere strumento che forza la realtà per scopi ideologici e riconosce l’autonomia della società, delle sue libere espressioni e dei corpi intermedi, esso si disfa anche dei panni del nemico del liberalismo, per indossare quelli più miti – ma assai più utili - dello strumento di formazione, selezione e promozione della classe politica, nonché cinghia di trasmissione tra il leader e il territorio.

Istituzionalizzare queste funzioni non doveva e non poteva essere compito di Silvio Berlusconi. Il carisma che è alle origini di un movimento ha la funzione di creare uno spazio disponibile a chi vuole, può e riesce a riempirlo di contenuti. Sta ai suoi seguaci far sì che quello spazio non si chiuda con l’esaurirsi dell’esperienza del fondatore. Berlusconi ha fatto tanto, persino troppo. Perché a modo suo ha ricercato attivamente questa trasformazione: non con i trattati teorici, ma con atti concreti e – come deve essere per un leader - qualche volta con delle necessarie forzature.

Fin qui, dunque, ha funzionato il carisma. Verrà il tempo nel quale emergerà una classe politica che lo istituzionalizzerà, regolando attraverso leggi e consuetudini ciò che fino a questo punto è stato realizzato grazie a una vicenda biografica eccezionale al punto da non poter avere un’eredità dello stesso tipo. Sarà certamente una stagione diversa e sarà politicamente necessaria per dare continuità a un ciclo politico irripetibile.

28/04/2008