Università: viva la secessione dolce dei 19 atenei (e torniamo subito alla libera docenza)

Il Riformista

Dal mondo dell’università giungono due notizie in rapida successione. La prima concerne il definitivo abbandono, dopo lo stop della Corte dei Conti, del bando di reclutamento straordinario di 3.000 nuovi giovani ricercatori, da varare seguendo tanto inedite quanto complicatissime regole. La seconda consiste nella “secessione dolce” praticata da 19 atenei i quali, prendendo di fatto distacco dalla Crui (la Conferenza dei Rettori), hanno proposto allo Stato uno scambio privilegiato: rigore amministrativo contro maggiori finanziamenti.

Negli ultimi due anni sono stato un critico implacabile ma non irrispettoso della politica del Ministro Mussi. Essa mi è parsa portatrice di un’ambizione tanto grande quanto velleitaria: quella di razionalizzare lo statalismo che ancora pervade il mondo dell’università. Da qui commissioni su commissioni nel tentativo di identificare i metodi di valutazione degli atenei ineccepibili; di individuare gli strumenti della “selezione virtuosa”; di rilanciare l’accordo tra Stato e atenei su basi rinnovate, compatibili con la grave situazione dei conti pubblici.

Non credo mi sia sfuggito l’obiettivo che si trovava alla base dell’intero progetto: quello di realizzare una sorta di Perestroika dell’università. Esattamente come la Perestroika per il mondo comunista, però, la proposta è giunta fuori tempo massimo, quando le basi del sistema si erano da tempo disgregate rendendo indispensabile proporne uno alternativo.

Questo convincimento mi ha portato a scorgere una correlazione tra le due notizie che l’attualità ci ha proposto. La prima ha infatti attestato l’inutilità di continuare a puntare su di un sistema di reclutamento fondato astrattamente sul merito, senza attivare meccanismi di concorrenza esterni e interni. Non si risolve nessun problema della nostra università immettendo 3.000 ricercatori sottopagati, anche se lo si fa con regole sulla carta più rigorose. Si replica soltanto la politica delle “ondate” successive che da decenni regola gli ingressi nell’università italiana e per la quale chi non si trova al posto giusto al momento giusto, indipendentemente dal suo valore, resta sostanzialmente fregato.

La seconda notizia, invece, ha evidenziato che la concorrenza non può più restare estranea alla cittadella del sapere. I 19 atenei autoproclamatisi virtuosi hanno di fatto affermato: “Noi siamo i più seri e per questo lo Stato deve privilegiarci, almeno fino a quando non ci sarà chi riuscirà a produrre risultati migliori dei nostri”. Il metodo può essere discusso ma, per chi guarda alla luna, e non al dito che la indica, la cosa resta d’enorme importanza. Essa, per il mondo universitario, potrebbe rappresentare una rottura della portata di quella che si produsse nel sindacato con la fine dell’unità della triplice o nel sistema radio-televisivo con la fine del monopolio. L’occasione, per questo, non va smarrita. Semmai bisogna far qualcosa per ampliarne e precisarne gli effetti.

Il limite dell’intervento dei 19 atenei, infatti, è quello di insistere unicamente sui finanziamenti statali, evidenziando come solo chi abbia i conti in regola e non consuma tutto ciò che lo Stato gli trasferisce in stipendi per il personale possa ambire a fare ricerca. Non si tratta, sia chiaro, di una diagnosi sbagliata ma di una diagnosi parziale. Per uscire dall’età dello statalismo e rimettere in corsa la nostra università sottraendola al destino di declino che si profila, serve anche altro. Di seguito mi soffermo su alcuni punti che vanno precisati e specificati ma che si prospettano come un sistema coerente d’interventi urgenti e indispensabili.

Per quanto concerne il reclutamento, sostengo il ritorno alla libera docenza: responsabilizzando le differenti corporazioni ai loro massimi livelli, lo Stato concede una patente all’insegnamento che rende possibile a chi la consegue di stipulare un contratto con un’università, tra quelle riconosciute. Ciò produrrebbe un duplice effetto: eviterebbe il fenomeno degli incarichi assegnati “a cani e porci” attualmente in vigore. E metterebbe i differenti atenei nella condizione di concorrere per cercare di assicurarsi i docenti migliori: quelli con maggior nome, in grado d’attirare studenti. Ma anche quelli che porterebbero all’ateneo maggiori risorse, grazie alla loro rete di contatti e alla partecipazione a ricerche nazionali e internazionali.

Affinché questa dinamica si produca, sono però necessarie regole che incoraggino la concorrenza sul piano sia interno sia esterno. Nel primo ambito, una parte almeno dello stipendio del docente dovrebbe essere riservata alla libera contrattazione in modo che ad impegni differenti a favore dell’istituzione non corrisponda, come oggi accade, la stessa retribuzione. Per quel che riguarda la concorrenza esterna, va perfezionato (esisteva già sotto il ministero Moratti) un meccanismo per graduare i trasferimenti dallo Stato a seconda dei risultati conseguiti; va incoraggiata la differenziazione delle competenze didattiche e di ricerca, soprattutto per quel che concerne l’eccellenza, perché è inconcepibile che università situate a venti chilometri di distanza facciano le stesse cose ed abbiano la stessa offerta. Infine, in controtendenza, va predisposto un programma d’aiuto statale per l’eccellenza in campo umanistico: per quelle branche del sapere che più difficilmente trovano finanziamenti sul mercato ma senza le quali una nazione perde la propria identità e i propri punti d’orientamento.

Dopo reclutamento e concorrenza, un terzo pacchetto d’iniziative dovrà riguardare le liberalizzazioni. Contro lo sprigionarsi incontrollato della creatività accademica e contro la tentata clonazione dei docenti ( si è arrivati anche ad affidare sei corsi ad un medesimo essere umano), i corsi di laurea e gli esami veramente fondamentali dovranno essere fissati dal centro. Per il resto, i curricula dovranno essere liberalizzati, fatti evadere dalla gabbia dei crediti che li ha fin qui imprigionati. Un perfezionamento del sistema di borse di studio per i bisognosi meritevoli e l’istituzione di prestiti d’onore potrà permettere la fondamentale liberalizzazione delle rette. Così come bisognerà ancora rafforzare gli interventi per incoraggiare l’arrivo di finanziamenti privati, fin qui non al livello di un paese occidentale sviluppato.

Insomma, la ricetta è chiara: portare al centro poche ma essenziali competenze di accreditamento e di controllo per lasciare tutto il resto all’effettiva autonomia degli atenei. Su queste basi, la difficile ma necessaria ricerca di più fondi pubblici potrà ambire a non implementare un sistema ormai antiquato e in costante perdita di competitività, come purtroppo attestato da tutte le graduatorie internazionali. Questo è il vero scambio che il prossimo governo dovrà proporre a tutti i Rettori, e non solo ai “dissidenti”: il suo aiuto in cambio della disponibilità a realizzare quel che da troppo tempo si preferisce rimandare.

02/04/2008